Jorge Corsi – La “Sindrome di Alienazione Genitoriale” e il pericolo rappresentato dalle teorie scientifiche come base per le decisioni giudiziarie

4 Nov

di Jorge Corsi (www.asapmi.org)

La cosiddetta “sindrome da alienazione parentale” (PAS) è stato proposto da Richard A. Gardner (1985) come una condizione che si verifica nel corso di divorzi o separazioni conflittuali. I bambini affetti da questa condizione hanno comportamenti che consistono in denigrazione, critica e rifiuto di un genitore, comportamenti che sarebbero ingiustificati o esagerati. Nel cercare una spiegazione di questi comportamenti, la PAS è stata considerata come un disturbo caratterizzato da un insieme di sintomi che derivano dal processo attraverso il quale un genitore manipola la coscienza dei suoi bambini, utilizzando diverse strategie, per impedire, ostacolare o distruggere i suoi legami con l’altro genitore. Fin qui si potrebbe considerare la PAS come è un concetto neutrale, perché potrebbe essere applicata in qualsiasi direzione. Tuttavia, vale la pena di procedere ad una ricostruzione dell’origine e dello scopo della PAS.

Chi è Richard Gardner?

Richard Gardner è uno psichiatra infantile nel New Jersey, che ha passato la prima fase della sua vita professionale svolgendo il ruolo di consulente di parte in processi per abusi sessuali contro i genitori, insegnanti e membri di congregazioni religiose. E’ stato capitano e psicologo militare nella guerra di Corea, specializzata in tecniche di deprogrammazione dei prigionieri di guerra americani.

Una revisione dei casi poi presentati a sostegno della sua teoria dell’esistenza della PAS, evidenzia come abbia testimoniato quasi sempre come esperto a difesa di persone accusate di abusi. Ciò significa che il suo compito era quello di dimostrare che l’abuso non esisteva (e proprio per fare questo veniva pagato dai suoi clienti).

Il più delle volte erano i padri ad assumere Gardner per difendersi dalle accuse di avere abusato dei figli lanciate dalla madre. Lo psichiatra in questi casi etichettava la madre come “genitore alienante”, e proponeva alla corte argomenti per accusarla e impedirle di stare con i bambini con la diagnosi di PAS.

Gli strumenti concettuali di Gardner come perito di parte mettevano in dubbio la credibilità delle vittime e sono stati usati come prova della innocenza degli imputati accusando il denunciante di aver formulato false accuse. Queste perizie hanno trovato applicazione nei casi di controversia per accuse di abusi sessuali per affidamento dei figli, di visita e per l’esercizio della potestà genitoriale.

Il suo lavoro è stato costantemente messo in discussione dalla comunità scientifica, dal momento che le sue teorie non si basano su metodi di ricerca standard, e non sono stati sottoposti a verifica empirica. Ne è prova il fatto che nessun lavoro di Gardner è stato accettato per la pubblicazione in una rivista scientifica. Infatti tutti i suoi libri sono stati pubblicati da una casa editrice di proprietà: Creative Therapeutics.

Oggi, le sue opere sono ampiamente diffusi sui siti internet sponsorizzati da organizzazioni di genitori accusati di abusi che sostengono la loro innocenza con gli argomenti forniti da Gardner, utilizzando nomi come “genitori privati ​​del contatto con i loro figli.”

Qual è l’ideologia dietro alla teoria di Gardner?

Dal momento che la cosiddetta “sindrome di alienazione genitoriale”, come già detto, non si basa su criteri scientifici validi, è necessario individuare le sue basi ideologiche.

Un possibile metodo per analizzare l’ideologia di fondo è quello di prendere i singoli punti contenuti nella descrizione della PAS e verificare per ciascuno di essi quale è il pregiudizio ideologico sottostante.

Secondo i seguaci di Gardner, alcuni degli indicatori tipici della “sindrome di alienazione parentale” sono:

L’ostacolo all’altro genitore di esercitare il diritto di vivere con i figli.

Nell’applicazione ideologizzata l’accusa di questo comportamento è fatta in quasi tutti i casi contro la madre, ignorando le decisioni giudiziarie sui comportamenti abusivi del padre, e sganciando il diritto di coabitazione dalla volontà espressa dai figli. In altre parole, vi è una forte enfasi sui diritti del padre, a scapito dei diritti alla protezione dei loro figli esercitato dalla madre.

La denigrazione e l’insulto dell’altro genitorei in presenza di bambini, coinvolgendoli in problemi di coppia che non hanno nulla a che fare con il legame parentale.

Nell’utilizzo del concetto di “alienazione genitoriale” questi comportamenti sono evidenziati solo in una direzione. Vale a dire, evidenziando la denigrazione della madre contro il padre, e non il contrario.

Il coinvolgimentodell’ambiente familiare e degli amici contro l’ex coniuge.

Benché questo sia un comportamento prevalentemente maschile, tuttavia, quando si utilizza il concetto di “alienazione parentale” questa condotta è attribuita alle donne.

Ridicolizzare o sottovalutare i sentimenti dei bambini verso l’altro genitore.

Anche in questo caso, l’esperienza dimostra che questo tipo di comportamento è tipico dei genitori durante la visita con i loro bambini. Tuttavia, questo comportamento improbabile nelle madri cioè ridicolizzare i sentimenti dei loro figli, viene attribuito a loro quando si cerca di applicare il criterio della “alienazione genitoriale”

Incentivare il comportamento sprezzante e il rifiuto dell’altro genitore

Tutta l’esperienza acquisita nei casi di donne maltrattate che sono state in grado di chiudere con la relazione in cui erano abusate dimostra come spesso i loro figli tendano a riprodurre i comportamenti di abuso psicologico, con la benedizione del padre durante il suo periodo di visita. Inoltre, è molto più probabile che i conflitti più intensi siano con il genitore con cui si abita con che con quello con cui non si abita. Tuttavia, con l’accusa di “alienazione parentale” questa evidenza probabilistica viene invertita e questi comportamenti sono attribuiti alla madre convivente.

Spaventare i figli con menzogne su l’altro genitore

Quando si utilizza il concetto di “alienazione genitoriale” si considera soltanto la madre come capace di utilizzare queste armi. Tuttavia, l’esperienza dimostra che proprio quando i figli tornano a casa dopo essere usciti con il padre durante la visita, gli attacchi contro la madre si aggravano a caus dei messaggi ricevuti dal padre.

I figli non sono in grado di dare ragioni o danno spiegazioni assurde per giustificare il loro rifiuto del genitore

Il rifiuto dei bambini relazionarsi con uno dei genitori acquista un significato reale quando si esprime in un’aula di tribunale e entrano in funzione i meccanismi giudiziari. Questo è quando il “non voglio” viene interpretato come infondato e assurdo. Semplicemente perché esprime un sentimento di rifiuto e non si traduce in un elenco ragionevole di motivi che sono di per sé inadatti alla modalità di funzionamento psicologico del bambino e dell’adolescente. Anche in questo caso, per la dottrina della “alienazione genitoriale” non si deve credere che i bambini, ma ritenere che ci sia “qualcosa dietro” alle loro decisioni.

Questo breve ed incompleta riassunto di alcune delle basi che supportano la descrizione della PAS, mostra chiaramente che questo non è un concetto neutro, ma è connesso con due sistemi di principi ideologici che caratterizzano l’ordine patriarcale: il sessismo e l’adultismo.

J. E. B. Myers, professore presso la University of the Pacific (California) ed esperto riconosciuto sulle decisioni giudiziarie americane ha scritto “… a mio avviso, molti degli scritti di Gardner, compreso quelli sullasindrome di alienazione genitoriale, sono discriminatori e pregiudizievoli contro donne. Questo pregiudiziale di genere “infetta” la sindrome, la trasforma in un potente strumento per minare la credibilità delle donne che denunciano abusi sessuali. Poiché PAS perpetua e aggrava la discriminazione di genere contro le donne, credo che la sindrome getta ombre molto più di luce su questa difficile questione …”

Le prime opere Gardner erano piene di commenti misogini. Poi, in seguito alle critiche, ha adottato un linguaggio politicamente corretto, ma senza rinunciare al background ideologico della sua teoria. Fondamentalmente Gardner ha ignorato quanto le organizzazioni internazionali e di ricerca sociale hanno sottolineato nel corso degli ultimi 20 anni e cioé che il problema della violenza domestica è una epidemia e che ad essere colpite dalla violenza sono le donne. Quando si cerca di invertire l’onere della prova, si vuole rimuovere ogni prospettiva di genere nell’analisi del problema, nello stesso modo che è stato ampiamente sfruttato da diverse organizzazioni sessisti e misogini.

Oltre ad essere una teoria sessista, la dottrina della “alienazione genitoriale” è profondamente adultista.

Per adultismo si intende un sistema di credenze che introduce un rigide gerarchie tra adulti e bambini, considerando questi ultimi come oggetto di educazione e non come soggetti di diritto.

La “Sindrome di Alienazione Genitoriale” presuppone ragazzi e ragazze come entità passive che possono essere manipolati nei loro pensieri e sentimenti da adulti malevoli che “introducono” idee, senza tenere in conto la percezione della realtà dei bambini.

Questa immagine dell’infanzia non solo va nella direzione opposta rispetto a tutti gli studi scientificamente di psicologia evolutiva, ma contraddice profondamente lo spirito stesso della Convenzione internazionale per i diritti dei bambini.

Si dovrebbe spiegare ai giudici che basano le loro decisioni sulle informazioni derivanti dalla dottrina di Gardner che i bambini non sono marionette nelle mani di adulti e che hanno il diritto di esprimere i loro pensieri e sentimenti e, inoltre, che non sono per natura bugiardi come sembrano suggerire le perizie basate su queste teorie scientifiche. Non esiste nessuna cospirazione madre-figlio a danno del padre. Esistono invece bambini che avendo sperimentato varie forme di abuso primario o secondario (sia come vittime o che come testimoni) sperimentano anche la paura e il rifiuto contro chi ha esercitato tali abusi.

Come conseguenza di questi principi ideologici un altro modo per violare i diritti dei bambini è costringerli a ristabilire il contatto con la persona a cui hanno paura e rifiutano e questo solo per garantire i diritti del genitore non convivente.

Nella legislazione Argentina, con la legge 26061 si è cercato di gestire questo problema, infatti all’articolo 3 si afferma “quando c’è un conflitto tra i diritti e gli interessi dei bambini e degli adolescenti con altri diritti e interessi altrettanto legittimi, prevalgono i primi”.

I tentativi di invertire l’onere della prova, mettendo sul banco degli imputati le vittime di varie forme di abuso e maltrattamento, sono una strategia che abbiamo il dovere di segnalare, cominciando a rivelare la mancanza di sostanza di queste teorie pseudoscientifiche che hanno origine nel movimento conosciuto come “backlash”.

Il backlash è un movimento conservatore che tenta di portare indietro le conquiste ottenute sul problema dell’abuso sessuale dei ragazzi per tornare alla fase precedente di occultamento e di segretezza. E’ guidato da settori come la chiesa e movimenti politici di destra che non tollerano le rivendicazioni per i diritti provenienti da soggetti tradizionalmente emarginati, come le donne e i bambini. Quando queste rivendicazioni riguardano soggetti socioeconomico esclusi, la reazione non si fa sentire. Ma la rezione comincia ad acquisire virulenza quando si toccano casi di persone vicine alle aree di potere (leader della chiesa, uomini d’affari, politici). E sono a questi i settori che le teorie pseudoscientifiche di Gardner sono venuti in aiuto. Queste teorie consentono loro di giustificare gli abusi contraccando con denunce di false accuse, grazie al concetto di “alienazione parentale” (che in realtà limitato a un “alienazione maternale”) e screditando la testimonianza dei bambini. Né più né meno che una reazione che tende a preservare un potere che si teme in declino.

In generale, i detentori del potere tendono ad allearsi e, quindi, coloro che lottano per difendere i propri diritti si trovano spesso in una trappola senza via d’uscita, in cui le vittime finiscono per essere accusate grazie a diagnosi psichiatriche. Invece di dare loro sostegno, le istituzioni mettono sotto inchiesta le vittime e le pongono in una situazione di assoluta mancanza di difesa.

In conclusione, si può dire che quando le decisioni giudiziarie si basano sugli strumenti pseudoscientifiche del backlash diventano e basi per una seconda vittimizzazione per i figli e per le madri che lottano per proteggerli.

Se non vedo non credo: lo studio 2 – il ricciocorno schiattoso

23 Apr

Dal blog il ricciocorno schiattoso ripubblichiamo questo interessante post sul tema dell’affido condiviso.

Originale su: ilricciocornoschiattoso.wordpress.com

<< Non mi piace lasciare le cose a metà.

Nel post precedente ho cercato di riassumere lo studio 1 dell’articolo Post-separation parenting arrangements: Patterns and developmental outcomes. Studies of two risk groups, di Jennifer McIntosh, Bruce Smyth, Margaret Kelaher, Yvonne Wells and Caroline Long, (2011), con la promessa di fare lo stesso con lo studio 2, quello riguardante il problema del pernottamento (overnight care) dei minori in caso di separazione quando i minori coinvolti sono neonati o bambini in età prescolare (da zero ai 4-5 anni).

Prima di andare avanti, vorrei sottolineare l’importanza della raccolta di dati empirici in merito, perché, come ci ricordano gli stessi autori dello studio (pag. 48), Infants and very young children are among the least able in society to articulate their needs, desires or experiences of the world (…) The challenge is to be able to find ways of hearing the voices of very young children: neonati e bambini molto piccoli non hanno gli strumenti per comunicarci i loro bisogni, i loro desideri o l’esperienza che hanno del mondo. La sfida è trovare il modo di ascoltarli.

Nella ferma convinzione che repetita iuvant, riporto che lo studio si avvale dei dati raccolti dal Longitudinal Study of Australian Children (LSAC), che ha seguito lo svilupo di 10.000 bambini e famiglie in diverse zone dell’Australia per due anni.

Osservazioni sui neonati e bambini fino al secondo anno di età

I bambini sono stati divisi in tre gruppi, sulla base del tipo di accordo stipulato fra i genitori:

1. rare (if any) overnight: il bambino dorme con il genitore non residente al massimo una volta l’anno, ma lo frequenta nelle ore diurne;

2. primary care: il bambino dorme con il genitore non residente almeno una volta al mese, ma meno di una volta a settimana;

3. one or more nights a week: il bambino dorme una o più notti a settimana con il genitore non residente.

Trascorrere una o più notti a settimana col genitore non residente ha effetti sull’irritabilità del bambino: il bambino è irritabile al momento di andare a dormire e/o al momento del risveglio, trova difficoltà nell’intrattenersi da solo per tempi lunghi, continua a piangere anche dopo parecchi minuti in cui si tenta di consolarlo e piange quando viene lasciato a giocare da solo. I bambini in regime di primary care presentano un livello di irritabilità più basso.

I bambini che dormono una o più notti a settimana col genitore non residente presentano una maggiore vigilant visual monitoring (uno stato di allerta) e di maintenance of proximity (nella teoria dell’attaccamento, si definisce così il desiderio di stare vicino fisicamente al caregiver per sentirsi al sicuro) nei confronti del genitore residente, rispetto a bambini che dormono sempre col genitore residente (gruppo rare if any overnight).

Il dormire lontano dal caregiver principale, il non poter identificare un genitore prevalente col quale  sviluppare un sano attaccamento, mina lo sviluppo del bambino impedendo la creazione di un legame di attaccamento sicuro.

L’immagine di sé che sviluppa un individuo che ha avuto un attaccamento sicuro è di essere una persona amabile, degna di essere amata, con buona autostima, che ha fiducia negli altri (ma non in modo indiscriminato). Sarà un individuo amabile con le persone amichevoli, difeso con chi percepisce come ostile, si prenderà cura di se e delle persone che ama, non si affiderà alle persone che non conosce, sarà selettivo nei comportamenti empatici e nel rivelare se stesso, saprà appoggiarsi agli altri.

Vigilant visual monitoring e maintenance of proximity sono segnali di un “attaccamento ambivalente, così descritto dagli psicologi: il bambino sperimenta che la figura di attaccamento è imprevedibile e dubita che sia disponibile a rispondere ad una richiesta d’aiuto quindi tenta di mantenere un contatto strettissimo, rinunciando a qualsiasi tentativo di esplorare l’ambiente circostante muovendosi soltanto nel noto, da cui sia bandita ogni novità. Per questo motivo l’esplorazione del mondo è incerta, esitante, connotata da ansia ed il bambino è incline all’angoscia da separazione. Questo stile è promosso da una Figura che è disponibile in alcune occasioni ma non in altre e da frequenti separazioni.

Uno stile di attaccamento insicuro tende ad interferire con lo sviluppo nell’ordine in cui costituisce un fattore di vulnerabilità generale, che può sfociare in varie costellazioni psicopatologiche, anche se ci sono altri fattori significativi: temperamento del bambino, capacità di resilienza, supporto socio-ambientale, le altre e successive relazioni di attaccamento significative familiari ed extrafamiliari.

Osservazioni su bambini di 2-3 anni

I bambini in regime di shared care (cioè il bambino dorme almeno il 35% delle notti con il genitore non residente) mostrano un livello più basso di persistence rispetto ai bambini in regime di primary care (il bambino dorme da una notte al mese fino a massimo 5 notti in due settimane col genitore non residente) o ai bambini che dormono solo col genitore residente.

La persistence è definita come l’abilità di giocare per tempi lunghi, tenersi al passo con i piccoli compiti quotidiani, osservare gli oggetti con attenzione, apprendere nuove competenze, riprendere un’attività dopo una breve interruzione,

Sulla base del Brief Infant-Toddler Social Emotional Assessment (BITSEA) Problems Scale(che misura i problemi socio-emozionali e i ritardi dell’apprendimento di competenze), i bambini in regime di shared parenting mostrano maggiori problemi comportamentali, in particolare problemi di ansia e stress in rapporto alla relazione col genitore. Comportamenti ansiosi sono, ad esempio: piangere o aggrapparsi al genitore nel momento del distacco, un atteggiamento molto serio o preoccupato, la tendenza ad essere agitato, turbato, la tendenza a rifiutare il cibo o a soffocarsi con il cibo, il mordere o colpire i genitori.

Osservazioni sui bambini di 4-5 anni

In questo gruppo di bambini, lo shared parenting ha effetti negativi solo se associato a una situazione conflittuale fra i genitori o alla mancanza di calore (lack of warmth) da parte di una o entrambe le figure genitoriali.

Gli effetti negativi riguardano principalmente le capacità di autoregolazione del bambino, definita così: l’abilità di gestire le proprie azioni, pensieri e sentimenti in modo adattativo e flessibile in base alle diverse varietà di contesto, sia sociale sia fisico. Non significa essere sempre felici, essere coinvolti in relazioni che non sono mai conflittuali o non vivere mai situazioni di dubbio e incertezza, piuttosto, in breve, significa avere una ricca e varia esperienza emozionale, che è condivisa con gli altri e che affronta le inevitabili sfide che l’ambiente gli pone con un repertorio di strategie efficaci. Un’autoregolazione ottimale contribuisce al benessere, al senso di autoefficacia e fiducia e ad un senso di coinvolgimento con gli altri.

Sulla base dei dati raccolti, gli autori dell’articolo arrivano a concludere che (pag.47)

Shared care is likely to be especially developmentally challenging for infants and preschool children. While a cooperative parenting relationship can make many
things possible, the developmental needs of the young child and the additional demands involved in meeting those needs means that the challenges are even greater.

Lo shared care ha effetti negativi sullo sviluppo di neonati e bambini molto piccoli. Anche quando i genitori instaurano un rapporto di collaborazione e si impegnano affinché funzioni, lo shared care comunque non risponde ai bisogni emozionali del bambino, e gli svantaggi sono maggiori dei vantaggi.

Lo shared care è sconsigliabile per i bambini prima del raggiungimento dei 4-5 ani di età; a questo punto entrano in gioco altri fattori, e lo sared care smette di essere negativo in sé e per sé (fattori analizzati nello studio 1).

Quando in un altro post riportai le raccomandazioni dell’ Australian Association for Infant Mental Health in merito allo shared parenting in separazioni con bambini molto piccoli, raccomandazioni che sconsigliavano i genitori a scegliere questo regime nei primi anni di vita del minore per scongiurare gravi conseguenze nello sviluppo del bambino, mi sono sentita rispondere che la mia posizione era viziata da un approccio “ideologico” alla questione.

Spero con questi ultimi due post dedicati di aver chiarito che quando mi esprimo in merito ad una tematica mi baso  su dati empirici, e non su opinioni dettate da esperienze personali mie o altrui.

Attorno alla questione del “doppio domicilio” circola molto materiale pieno di imprecisioni (ad esempio la disinformazione in merito allo studio  “Fathers’involment and children’s developmental outcomes: a systematic review of longitudinal studies”) e di affermazioni scorrette: perché è scorretto da parte dei Colibrì affermare che non esistono studi che esprimono dubbi sugli effettivi benefici dello shared parenting per particolari categorie di famiglie, quando invece basta una piccola ricerca in rete per reperirne uno come questo che ho cercato di illustrarvi qui.

Quando si tratta del benessere dei bambini, una categoria particolarmente fragile perché assolutamente incapace di tutelarsi autonomamente, non si dovrebbe peccare di superficialità.

Non metto in dubbio che un genitore desideri trascorrere il maggior tempo possibile col proprio figlio, è un desiderio comprensibile: ma il fatto di desiderare qualcosa non ci autorizza automaticamente a considerare quel desiderio legittimo.

Quando i nostri desideri coinvolgono il benessere di un altro essere umano dovremmo dimostrarci tanto maturi e responsabili da imparare a sacrificare la soddisfazione di un nostro bisogno allo scopo di tutelare chi sosteniamo di amare.

L’ego del genitore pretenderebbe di conoscere tutto! Siate rispettosi nei confronti del bambino; i genitori si aspettano il rispetto dei figli, ma si dimenticano che è una cosa reciproca: rispetta i bambini e loro ti rispetteranno! Fidati dei bambini e loro si fideranno di te, allora sarà possibile una comunicazione.

Osho >>

(Pubblicato originariamente da ilricciocornoschiattoso.wordpress.com)

Andrea Mazzeo – PAS l’orrore del terzo millenio

21 Feb

“Alla fine del Medioevo la lebbra sparisce dal mondo occidentale. Ai margini della comunità, alle porte delle città, si aprono come dei grandi territori che non sono più perseguitati dal male, ma che sono lasciati sterili e per lungo tempo abbandonati. Per secoli e secoli queste distese apparterranno all’inumano. Dal XIV al XVII secolo aspetteranno e solleciteranno, attraverso strani incantesimi, una nuova incarnazione del male, un’altra smorfia della paura, magie rinnovate di purificazione e di esclusione”.

Si apre con queste parole uno dei testi più significativi del 1900, la “Storia della follia nell’età classica” di Michel Foucault; nel XVII secolo quelle “distese che apparterranno all’inumano” sono i nascenti manicomi, nel nostro XXI secolo si moltiplicano le comunità per minori e si moltiplicano i minori rinchiusi nelle comunità. Il “grande internamento” del XVII secolo vi rinchiuse quelle esistenze che mal si conciliavano con le dinamiche socio-economiche dell’incipiente rivoluzione industriale; il post-tecnologico XXI secolo, attraverso gli strani incantesimi che gli sono peculiari, rinnova le magie … di purificazione e di esclusione rinchiudendo bambini capaci di pensare.

Lo strano incantesimo del XXI secolo, la nuova incarnazione del male, l’orrore del terzo millennio, porta un nome, è la famigerata PAS, già ampiamente screditata dalla letteratura scientifica internazionale di provenienza giuridica e psichiatrica sin dal 1994, già definita nel 2003 dall’Istituto di ricerca dei procuratori americani come “teoria non dimostrata in grado di minacciare l’integrità del sistema di giustizia penale e la sicurezza dei bambini vittime di abusi”  e che di recente è stata oggetto d’interesse da parte del Ministero della Salute che su di essa così si è espresso:

“L’Istituto superiore di sanità, interpellato perché è il più alto organo di consulenza scientifica del Ministero, ha sottolineato che i fenomeni di ritiro dell’affetto da parte del bambino nei confronti di uno dei genitori, emersi in alcuni casi di affidamenti a seguito di divorzio, possono essere gestiti dagli operatori legali e sanitari senza necessità di invocare una patologia mentale per spiegare i sentimenti negativi di un bambino verso un genitore. L’inutile e scientificamente non giustificato etichettamento come «caso psichiatrico» può rendere ancora più pesante la difficile situazione di un bambino conteso. Sebbene la PAS sia stata denominata arbitrariamente dai suoi proponenti con il termine «disturbo», in linea con la comunità scientifica internazionale, l’Istituto superiore di sanità non ritiene che tale costrutto abbia né sufficiente sostegno empirico da dati di ricerca, né rilevanza clinica tali da poter essere considerata una patologia e, dunque, essere inclusa tra i disturbi mentali nei manuali diagnostici”

La cosiddetta PAS, e le sue varianti mistificatorie quali ‘alienazione genitoriale’, ‘bambino alienato’, ‘bambino colonizzato’, ‘ostacolo alla bigenitorialità’, pericolosi mutanti che disconoscono il diritto di parola dei bambini, sono quindi il nulla e sulla base di questo nulla bambini sanissimi, che non sono affetti da alcun disturbo mentale vengono rinchiusi nelle comunità.
È ora di porre fine a questi strani incantesimi, misteriose alchimie che tolgono ai bambini voce, volontà e sentimenti.

20 novembre 2012

Giornata per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.

www.alienazionegenitoriale.org

Maria Serenella Pignotti – la vera faccia della PAS

18 Jan

di MARIA SERENELLA PIGNOTTI
www.mariaserenellapignotti.it

La cosiddetta “Sindrome di Alienazione Parentale”, malattia assolutamente sconosciuta in Medicina, assente nei libri di testo, praticamente assente sul motore di ricerca PubMed, ad esclusione di 22 articoli, dei quali solo 14 attinenti e tutti dubitativi, ma tra cui, forse il più importante, a firma Norman Carrey, Editore Capo del Journal of Canadian Academy of Child and Adolescent Psychiatry, riporta chiaramente: “la Sindrome di Alienazione Parentale è un esempio di sindrome che tenta di “inserirsi” di nascosto …..C’è una seria lobby per includerla nel DSM-5. ……..si tratta della medicalizzazione di un processo essenzialmente giuridico, un artefatto del procedimento giudiziario e la sua denominazione come “sindrome” la mette allo stesso livello, per esempio, dell’autismo. Con questo non si vuole sminuire il vissuto delle persone, bambini, madri e padri coinvolti in queste tristi dinamiche. Ma non tutto ciò che provoca stress psicologico deve diventare una sindrome o un disturbo psichiatrico”.
Leggi l’articolo completo su www.mariaserenellapignotti.it

INTERVISTA A MARIA SERENELLA PIGNOTTI
www.quotidianosanita.it

13/11/2012  – Contestata già da tempo, è diventata oggetto di dibattito pubblico anche in Italia dopo il caso del bambino di Padova trascinato via con la forza dalla madre in esecuzione di una sentenza di affidamento esclusivo al papà (vedi video a fondo pagina). Stiamo parlando della Pas, la Sindrome di Alienazione Parentale, la cui esistenza, a 27 anni dalla sua prima ‘descrizione’, pur non essendo mai stata confermata dalla scienza è tuttavia sempre più diagnosticata, in particolare proprio nelle cause più complesse di divorzio con minori, quando si tratta di contendersi l’affidamento dei figli in tribunale.  La Pas, sempre seguendo la descrizione dei suoi sostenitori, si manifesterebbe nei minori sottoposti a pressioni da parte di uno dei due genitori (ma in particolare più della madre che del padre) volte a mettere in cattiva luce l’altro genitore. Una vera e propria sorta di lavaggio del cervello che porterebbe i figli, a provare astio e disprezzo ingiustificato nei confronti di uno dei due genitori. Ed è proprio sulla base di questa presunta patologia che i giudici di Padova avevano deciso di allontanare quel bambino dalla madre. A teorizzare la Pas per la prima volta fu, negli anni ’80, lo psichiatra statunitense Richard Gardner, peraltro ritenuto dagli oppositori della Pas un apologeta  della pedofilia per avere dichiarato, in alcuni suoi libri, che ci sarebbe un po’ di pedofilia in ciascuno di noi e sottolineato che, nella storia, la pedofilia è stata spesso considerata normale dalla maggior parte delle persone [Gardner, R.A. (1991). Sex Abuse Hysteria: Salem Witch Trials Revisited . Cresskill, NJ: Creative Therapeutics. (p. 118) e Gardner, R.A. (1992). True and False Accusations of Child Sex Abuse. Cresskill, NJ: Creative Therapeutics. (p. 592-3)].

Nell’attuale contesto, però, sotto accusa non è lo psichiatra, ma la malattia che ha teorizzato e che secondo molti non esiste. Si tratta al massimo di un’ipotesi ma non supportata da alcuno studio. Ma come stanno realmente le cose? Ne abbiamo parlato con Maria Serenella Pignotti, pediatra neonatologo presso il reparto di terapia intensiva dell’AOU Meyer di Firenze e medico legale, che recentemente ha scritto alla FNOMCeO per chiedere un intervento chiaro e deciso contro la Pas.

Dottoressa Pignotti, la sua lettera alla FNOMCeO risale a maggio, è quindi precedente al caso del bambino di Padova che ha invece acceso i riflettori dell’opinione pubblica sulle diagnosi di PAS. Questo significa che il problema, tra gli addetti ai lavori, era in realtà già esploso?
Come sempre accade, un caso che esplode nasconde in realtà dietro importante antefatti. La PAS è stata per la prima volta tirata in ballo oltre 20 anni fa, ma ad oggi non esiste di essa un quadro clinico codificato e la sua esistenza non è mai stata dimostrata. Su questo gli studiosi  dibattono da oltre 20 anni, anche in considerazione del sempre più diffuso uso che se ne fa in tribunale. Si tratta, peraltro, di un caso che credo che in Medicina non abbia uguali. Ci si è inventati una patologia ben codificata e applicata tassativamente nelle aule dei tribunali, che però non esiste in quelli che sono i contesti naturali delle patologie, cioè gli ospedali e negli ambulatori. È una patologia che usano i giudici, ma che non usano i medici. Un paradosso che va assolutamente contestato e risolto, per il bene anzitutto dei bambini, ma anche dei genitori che ne subiscono le conseguenze.

Nella sua esperienza, come si è scontrata con questa criticità?
Nell’ambito del mio lavoro, ho incontrato due madri a cui era stata diagnosticata la Sindrome PAS. Una diagnosi che io non potevo sostenere e, soprattutto, non avevo mai neanche sentito dire, che non esiste su nessuno dei nostri libri. La mia battaglia non è solo sociale, ma anche professionale, perché non posso accettare di sentire parlare senza alcun riferimento scientifico o dato epidemiologico di quadri patologici a prognosi infausta di cui sarebbero affetti il 30% dei bambini italiani e quindi delle loro madri.  Quella patologia non esiste e professionalmente ritengo obbligatorio che i medici lo dicano alla società. Ma non voglio riconoscerla neanche come cittadina, perché si tratta di una diagnosi che ostacola l’espletamento della Giustizia e letteralmente mette il bavaglio ai genitori, per lo più madri. Una volta infatti accusate di PAS, ogni azione che queste compiono in Tribunale, riferimento a polizia, servizi all’infanzia etc, aggrava la loro posizione, vengono ritenute “litigiose”, “violente”, “vendicative” etc, ed ogni loro azione a difesa di sé stesse e dei figli, dimostra sempre più  una forma grave di PAS. Lo stesso dicasi per i bambini, che una volta ritenuti affetti da questa “psicopatologia”, perdono (se mai lo hanno avuto) il diritto all’ascolto, sono creduti bugiardi, sleali, perfidi. È davvero una mostruosità.

Ma è proprio sicuro che questa patologia non esiste, o forse il suo riconoscimento è ancora a una fase embrionale e ha bisogno di tempo?
Una volta che mi sono scontrata con i fatti, ho iniziato a studiare la PAS, ad aggiornarmi, aspetto normale del nostro lavoro. Il fatto è che la PAS non c’è. Non esiste! Non si trova sui testi di Medicina universitaria, non si trova nella letteratura scientifica, non si trova nei motori di ricerca come PubMed, se non per pochi articoli in cui, peraltro, le tesi sono tutte dubitative.
Ci possono senz’altro essere nei genitori, e nei bambini, dei comportamenti anomali e non adeguati, e quelle che si chiamano, più propriamente, a mio parere, “difficoltà di contatto”, ma non si tratta di malattie. Un comportamento non corretto si risolve con i provvedimenti dei giudici. Le malattie si risolvono con un percorso di cura. Sono cose differenti e distinte. Sarebbe come codificare la Sindrome della Rapina a mano armata e definire malato chi la compie. Non si può escludere che dietro certi comportamenti non ci siano dei problemi di salute, ma la malattia non può certo essere la rapina a mano armata in sé. Confondere le due cose è pericoloso, perché definendo un atteggiamento malattia, lo si rende “inviolabile e incontestabile”, perché normalmente basato su prove scientifiche. Ed i Giudici prendono atto di questa malattia, senza cercare i fatti e la verità che tali comportamenti possono nascondere. Questo può avere conseguenze molto gravi, come nei conflitti di coppia dove si rischia di perdere la possibilità di vedere e curare un figlio. La domanda è: dove sono le prove scientifiche della sindrome Pas? La dimostrazione che non si tratta di una malattia sta, peraltro, nel fatto stesso che in tribunale a fare queste diagnosi non sono solo i medici, o psicologi – per quanto loro consentito dalla qualifica – ma anche assistenti sociali o avvocati, e nel fatto che non esiste malattia che si curi con un provvedimento del Giudice, magari! Le malattie si curano con medicine e trattamenti validati. I provvedimenti del Giudice “curano” e “prevengono” i reati, non le malattie.

Però le violenze in famiglia esistono.
Certamente, e bisogna intervenire per fermarle. Ma non sono queste, e questo è un discorso diverso: mi creda, non c’è “lavaggio del cervello” da parte di una madre che possa riuscire a rovinare il rapporto tra padre e figlio se questo rapporto è davvero sano e buono e forte. Certamente ci può essere da parte di un genitore il tentativo di influenzare il figlio contro l’altro genitore, perché il divorzio avviene spesso in contesti di rabbia interna alla coppia. Sono comportamenti errati, che possono creare difficoltà di contatto tra i bambini e i genitori, e su cui occorre intervenire, ma non si tratta di malattie né esiste prova che tali comportamenti di un genitore, per quanto scorretti verso l’affettività del bambino, riescano a produrre “lavaggio del cervello” ed a strappare quel bambino all’affetto dell’altro genitore. Tali tentativi, ribadisco, spesso finiscono nel nulla, perché l’amore di un bambino per i genitori è fortissimo e non ci sarà bambino che smetterà di volere bene al padre perché glielo dice la madre, anzi, sarà verso questa che mostrerà la sua aggressività.

Quali sono i rischi di questo uso inappropriato della diagnosi PAS?
La completa alterazione del corso della Giustizia, con gravissime ripercussioni soprattutto sul tremendo capitolo della violenza intrafamiliare, che spesso continua e si perpetua dopo il divorzio proprio attraverso questi meccanismi. Ma si rischia anche di scatenare davvero dei gravi conflitti all’interno del nucleo familiare, anziché percorrere la strada del ragionamento e della ricerca della verità, che è quella che fa meglio al bambino e a tutti i componenti della famiglia, di conseguenza alla società.
Il rischio è di negare al bambino il diritto ad essere ascoltato, a prediligere una figura genitoriale di cui, in quel momento, invece, ha bisogno e desiderio di avere accanto, anche se non sempre lo rivelerà perché spaventato e imbavagliato da quello che avvocati, sentenze e consulenti vogliono imporgli con la forza, alterando per sempre anche il recupero del rapporto con l’altro genitore.
C’è inoltre il rischio di farla passare liscia ai genitori davvero violenti o abusanti, là dove l’astio del figlio viene erroneamente attribuito alla manipolazione di uno dei genitori senza accorgersi che deriva realmente da fatti dolorosi imposti a lui da quel genitore o alla mamma ed a cui il bambino ha assistito. Addirittura si rischia di mettere in mano i figli a padri pedofili, affermando che le accuse del bimbo e della madre sono false e derivanti dalla PAS.
Il vero obiettivo deve essere scoprire la verità e aiutare i genitori maltrattanti a smettere di esserlo. Ma questo non è possibile se si continua a strumentalizzare l’inesistente patologia dell’Alienazione Parentale. I bambini vanno ascoltati. Solo così può emergere la verità e si possono prendere i provvedimenti giusti, che può essere quello di permettere al bambino di stare con tutti e due i genitori come quello di tenerlo più a distanza da uno dei due, se ciò provoca disagio o altro danno. Ma queste decisioni devono avvenire sulla base dei reali bisogni del bambino e dei comportamenti dei genitori e non di diagnosi inventate e usate da avvocati per far vincere la causa all’uno o all’altro dei genitori.

Perché ha scritto alla FNOMCeO?
Per sensibilizzare i medici sulla questione, e per incoraggiare a mantenere atteggiamenti rispettosi della deontologia. I medici, nella grandissima maggioranza, non sanno niente di questa situazione paradossale. In altri, pochi casi, hanno abbracciato tale diagnosi come se avesse base scientifica, scordando i dettami della medicina delle evidenze. Purtroppo non sono pochi i colleghi che hanno fatto delle aule dei tribunali il loro posto di lavoro e collaborano regolarmente con gli avvocati facendo, purtroppo sempre più spesso, diagnosi superficiali e addirittura fantasiose. Quella della PAS è anche una questione medica: non possiamo inventarci le malattie e non possiamo abusare del nostro ruolo.

Che risposta ha ricevuto dalla FNOMCeO?
La questione è all’attenzione della Commissione Deontologica della Fnomceo. Sul tema è già intervenuto il presidente della Società Italiana di Psichiatria, con un parere nettamente negativo sulla esistenza di tale “psicopatologia” in capo alle madri e ai bambini e con giudizi severi sull’operato di molti CTU.
L’auspicio è che la FNOMCeO arrivi presto a un richiamo ufficiale, attraverso un documento scritto, come già avvenuto in altri Paesi europei.

Andrea Mazzo – Su PAS, Gardner e dintorni

14 Dec

di Andrea Mazzeo (www.alienazionegenitoriale.org)

PAS è l’acronimo dell’espressione inglese “parental alienation syndrome”, tradotta in italiano come “sindrome di alienazione parentale”, anche se in italiano è più corretto dire “genitoriale”. La nascita di questo concetto si deve a un singolare medico americano, il Dr Richard Alan Gardner (1931-2003); non esiste una sua biografia ufficiale ma se ne parla in diversi blog americani e italiani. Alcune delle notizie riportate sono riprese dal libro “El pretendido Síndrome de Alienación Parental – Un instrumento que perpetúa el maltrato y la violencia”, delle psicologhe Sonia Vaccaro, argentina, e Consuelo Barea Payueta, spagnola, pubblicato in italiano col titolo “La presunta sindrome di alienazione genitoriale – Uno strumento che perpetua il maltrattamento e la violenza”, EdIt, Firenze, 2011 (http://www.editpress.it/cms/book/pas). Di Gardner non si conoscono luogo e data di laurea; solitamente un medico pubblica nel suo curriculum questi dati perché rappresentano l’atto di nascita, per così dire, di lui stesso come medico-chirurgo. Forse ai suoi tempi non si usava. Ci tiene invece a farci sapere che dopo la laurea è stato in Germania, ufficiale militare dell’esercito USA che negli anni ’60 che occupava la Germania Occidentale, e che qui sarebbe stato Direttore del Reparto di Psichiatria infantile in un Ospedale militare americano. Personalmente troviamo arduo concepire un reparto di Psichiatria infantile in un Ospedale Militare, che per definizione ricovera adulti e forse i figli di alcuni ufficiali con famiglia al seguito, trattandosi di un esercito di occupazione; ma in tal caso il Reparto sarebbe stato di Pediatria e non di Psichiatria infantile. Quanti minori con problemi mentali possono esserci in una base militare? Diamogliela per buona, comunque; qui, in Ospedale militare avrebbe fatto esperienza di minori (visto il suo interesse successivo, si deve ritenere che la sua esperienza abbia riguardato minori alienati dalle mogli dei militari dell’esercito americano in Germania). Rientrato negli USA al termine della ferma obbligatoria inizia a lavorare come esperto in cause di separazione, forte appunto dell’esperienza fatta in Germania; viene conosciuto come Prof. Gardner, poiché bazzica il Reparto di Psichiatria infantile della Columbia University di New York e acquista una certa notorietà. Si deve aspettare la sua morte perché la Columbia Un. prenda le distanze da questo scomodo personaggio, facendo addirittura rettificare il necrologio, pubblicato dal prestigioso New York Times, e precisando che non è mai intercorso un rapporto di lavoro tra l’Università e il Dr Gardner, il quale era un volontario non retribuito (una errata corrige di un necrologio è davvero cosa da far passare alla storia!). Così come si deve aspettare la sua morte perché un altro prestigioso quotidiano, l’inglese The Independent, possa scrivere che “After he developed his Parental Alienation Syndrome in the 1980s, however, he and Columbia slowly distanced themselves from each other and he spent most of his time in private practice in New Jersey. Along the way, he also turned into an authentic American monster.” Da cosa derivava il potere di Gardner di vietare che venissero divulgate queste notizie quando lui era ancora in vita? Si deve davvero credere, come sostengono gruppi Argentini contrari alla teoria della PAS, che Gardner fosse in realtà un ufficiale della CIA coinvolto negli studi sulle false memorie? È vero che in un suo scritto Gardner ha negato queste cose, ma gli si può credere? Dopo tutte le sciocchezze che ha scritto dobbiamo credere proprio a questa autodifesa?

Crisma e Romito – L’occultamento delle violenze sui minori: il caso della sindrome di alienazione parentale

4 Oct

CRISMA, Micaela, ROMITO, Patrizia. (2007)

Abstract: In letteratura e nei tribunali italiani si sente parlare sempre più spesso della  Sindrome da Alienazione Parentale (SAP) per spiegare il fatto che in taluni casi, dopo una separazione, la madre, solitamente il genitore affidatario, si opponga a mandare i figli in visita al padre arrivando a denunciarlo per abuso sessuale. Queste denunce sarebbero sempre false, anche quando i bambini stessi raccontano di avere subito abusi, perché prodotte dal plagio della madre sui figli. Il forte rischio di violenza sui bambini e sulle madri separate durante le visite, un rischio documentato dalla letteratura, viene del tutto ignorato.
La SAP non ha ricevuto alcuna convalida dalla comunità scientifica e molti dei suoi sostenitori hanno posizioni ambigue e vicine alla pedofilia. Lo stesso inventore della sindrome, Richard Gardner, minimizza gravemente i danni dell’abuso sessuale sui minori. Purtroppo si tratta di una strategia impiegata sempre più spesso per occultare la violenza su donne e bambini in un’epoca caratterizzata da un nuovo negazionismo dell’abuso.

Introduzione
La violenza sulle donne e sui minori dentro la famiglia è un fenomeno esteso e devastante. Secondo le stime internazionali fatte a partire da ricerche nei paesi industrializzati (Seager, 2003), tra il 15 e il 30% delle donne ha subito nel corso della vita violenze fisiche o sessuali da un partner, durante la vita di coppia o dopo la separazione, dati confermati dalla recente ricerca dell’Istat (2007). Per quanto riguarda i minori, le ricerche europee mostrano che circa il 10% soffre di gravi maltrattamenti fisici in famiglia; le percentuali sono ancora superiori per quanto riguarda i maltrattamenti psicologici (Sariola e Uutela, 1992; May-Cahal e Cawson, 2005). Tra il 5 e il 10% delle bambine e adolescenti ha inoltre subito molestie o violenze sessuali da un familiare; questi abusi riguardano anche i maschi, sia pure in misura minore (Halpérin et al., 1996; Russell e Bolen, 2000; Bolen et al, 2000). Anche in questo caso le ricerche italiane, benché più rare, confermano queste tendenze (Pellai, 2004; Romito e Grassi, 2007). Si tratta soprattutto di violenze maschili. La cosiddetta “violenza domestica” è in larga misura violenza di un uomo su una donna, fidanzata, moglie o compagna.

E’ forse meno scontato il dato secondo cui anche la violenza in famiglia sui minori, sessuale, fisica e psicologica, è compiuta soprattutto da padri o figure paterne (Unicef, 2003).

Affrontare la realtà della violenza maschile è un compito gravoso, da cui
molti e molte cercano di sottrarsi. Non si tratta solo della difficoltà a guar-
dare in faccia la crudeltà umana, il male (Staub, 1999; Bandura, 1999) né
del dolore, a volte insostenibile, di assistere alle sofferenze altrui. Ricono-
scere e affrontare la violenza maschile implica anche confrontarsi con le
strutture stesse di una società di tradizione patriarcale, rimettere in discus-
sione un’idea di famiglia basata sull’amore e il rispetto, di relazioni di u-
guaglianza tra i sessi, e riconoscere l’esistenza di aspetti inquietanti della
sessualità maschile.
Storicamente, molte di queste violenze sono state considerate legittime,
o addirittura legali: basti pensare al delitto d’onore, abrogato in Italia nel
1982; all’eccezione coniugale per lo stupro, abrogata negli anni ’90 nella
maggior parte dei paesi europei e ancora in vigore negli Stati Uniti; e al di-
ritto dei genitori alla correzione fisica dei minori, tuttora riconosciuto dal
Codice Penale italiano (Romito, 2005). Quando non è stato più possibile
considerare legittime queste violenze, la società nel suo insieme ha messo
in atto strategie di occultamento diversificate ed efficaci. Il fenomeno della
violenza sessuale sui bambini, per esempio, è stato paragonato a un fiume
carsico, un fenomeno che acquista visibilità in alcuni momenti storici – co-
me nei decenni a cavallo tra 1800 e 1900 e in seguito negli ultimi decenni
del secolo scorso – per poi scomparire di nuovo sottoterra, come se la socie-
tà, impotente a contrastarlo, volesse almeno evitare di vederlo (Olafson et
al., 1993; Hermann, 1992; Romito, 2005).
Alcune teorie psicologiche e psichiatriche hanno dato, purtroppo, un contributo importante all’occultamento delle violenze sessuali, spesso basandosi sul pregiudizio sociale, elevato a teoria, che le vittime – donne e bambini – mentono, o inventano, o esagerano, o fantasticano. Un esempio di queste teorie è la cosiddetta “Sindrome da alienazione parentale” (SAP), menzionata ormai spesso nei tribunali in casi di abusi sui minori compiuti da un genitore, dopo la separazione della coppia. Di fronte a un uso sociale ampio e apparentemente acritico in un ambito in cui le decisioni dei giudici hanno ricadute pesanti sulla vita delle persone coinvolte (Foti, 2007; Malacrea e Lorenzini, 2002), è lecito domandarsi se e quanto la SAP risponda ai necessari requisiti scientifici.

La Sindrome da Alienazione Parentale : descrizione e “criteri diagnostici”
Quando, dopo una separazione, un bambino rifiuta di incontrare il geni-
tore non affidatario – solitamente il padre – spesso dicendo che ne ha paura,
e viene sostenuto in questo dalla madre, viene evocata la Sindrome da A-
lienazione Parentale (SAP). Il bambino rifiuterebbe di incontrare il padre
non perché, per vari motivi, lo teme, ma perché la madre lo avrebbe mani-
polato in tal senso. La SAP viene così presentata come se fosse una catego-
ria psichiatrica obiettiva, una diagnosi scientifica; in conseguenza di questa
“diagnosi”, le paure del bambino e l’ipotesi di violenze nei suoi confronti
tendono a essere sottovalutate.
La Sindrome da Alienazione Parentale è stata ideata nel 1985 da Ri-
chard Gardner, uno psichiatra forense statunitense. Essa sarebbe riscontra-
bile nei casi di divorzio o separazione e sarebbe spesso accompagnata da
false accuse di abuso sessuale sui minori. Un genitore, quasi sempre la ma-
dre, programmerebbe i figli, attraverso una sorta di lavaggio del cervello, in
modo che denigrino l’altro genitore, distruggendo così progressivamente la
relazione padre-figli. Gardner riscontra otto “sintomi” tipici nei bambini
colpiti da SAP, tra cui una campagna di denigrazione del padre da parte
della madre, lo schieramento del bambino dalla parte della madre, ostilità
verso il padre e la sua famiglia d’origine (Gardner, 2003a; 2002a). Nei casi
di SAP, secondo Gardner le eventuali accuse di abuso o maltrattamento fat-
te dai bambini dovrebbero essere ritenute prive di fondamento perché deri-
vano dall’indottrinamento del genitore alienante (Gardner, 1999a).

Le cosiddette “false denunce” di maltrattamento sui minori in fase di separazione
Buona parte della costruzione della SAP si basa sull’assunto che, in fase
di separazione della coppia, ci sia un numero elevato di denunce di abusi
paterni sui bambini, fatte dalle madri, e che queste denunce siano quasi
sempre false. Tuttavia i dati a disposizione contraddicono questo assunto.

In una ricerca negli Stati Uniti (Thoennes e Tjaden, 1990) 1 , furono analiz-
zati 9000 casi di divorzio in cui c’erano conflitti per l’affido dei figli. In
meno del 2% dei casi uno dei genitori aveva sporto denuncia di abuso ses-
suale. Per decidere se le denunce fossero fondate o meno, le autrici si sono
basate sulla valutazione di esperti, operatori dei servizi di protezione dei
minori o di salute mentale: tra queste denunce fatte nel contesto di divorzi
conflittuali, la metà era fondata; un terzo era poco probabile; negli altri ca-
si, non c’erano abbastanza informazioni per decidere. Alcuni dei criteri per
decidere che un caso era poco probabile erano però discutibili: il bambino
era molto piccolo, c’era stato un solo episodio di abuso e, addirittura, c’era
un grave conflitto tra i genitori! Come notano giustamente Malacrea e Lo-
renzini (2002; pp. 312 e segg), il fatto che non si riesca sempre ad accertare
l’attendibilità di una denuncia può essere più un’indicazione delle difficoltà
degli operatori che una prova della falsità della denuncia stessa.
In un altro studio in Canada (Trocmè e Bala, 2005) sono stati analizzati
7.672 casi di maltrattamenti su bambini segnalati ai servizi sociali: solo il
4% di questi casi era costituito da false denunce. In presenza di conflitti per
l’affido dei figli dopo la separazione, questa proporzione era più elevata,
12%; l’oggetto principale delle false denunce era tuttavia la trascuratezza
(neglect) e non l’abuso sessuale. Inoltre, le false denunce erano formulate
più spesso dai genitori non affidatari, di solito i padri (15%), che dal geni-
tore affidatario, di solito la madre (2%). Su 7.672 casi di maltrattamento,
c’erano solo 2 false denunce contro un padre non affidatario.
In sintesi, le denunce di abuso fatte dal genitore affidatario dopo la se-
parazione sono infrequenti e solo molto raramente sono false. D’altronde
basti pensare alla frequenza degli abusi sessuali sui minori, anche compiuti
da uomini della famiglia, per rendersi conto che il problema non sono le
false denunce o i “falsi positivi”, ma piuttosto i “falsi negativi” (Foti, 2007)
: i casi cioè in cui una segnalazione di abuso, fatta da una madre o dal bam-
bino, viene ritenuta inattendibile e sottovalutata quando invece l’abuso c’è
stato, e a volte è addirittura in atto.

Ancora sulle basi scientifiche della SAP
La SAP viene citata come causa interferente nei programmi di visita al
genitore non affidatario come se fosse una diagnosi clinica scientificamente
comprovata. In realtà, si tratta di un’invenzione di Gardner e nulla più. Non ci sono tuttora dati scientifici attendibili che sostengano la sua esistenza: essa si basa solo su alcune osservazioni cliniche di Gardner e viene “diagnosticata” in base ai criteri formulati dallo stesso autore, mai verificati con studi controllati.

La SAP non è mai stata inserita nel DSM, il Manuale Statistico e Dia-
gnostico dei disturbi mentali utilizzato a livello mondiale e l’American
Psychological Association (APA) non l’ha ritenuta degna di considerazione.
Nel “Rapporto sulla Violenza in Famiglia” l’APA esorta gli psicologi a fare
la massima attenzione ai casi di violenza e a non sottovalutare le dichiara-
zioni dei bambini: “Sebbene non ci siano dati che sostengano il fenomeno
della cosiddetta sindrome da alienazione parentale, in cui le madri vengono
biasimate perché interferirebbero con l’attaccamento dei figli al padre, il
termine viene tuttora usato da alcuni periti e dai tribunali per ignorare le
paure dei bambini in situazioni ostili e di abuso psicologico” (APA, 1996,
p. 40) e ancora: “I tribunali frequentemente minimizzano il danno che ha
per i bambini assistere alla violenza tra i loro genitori e a volte sono rilut-
tanti a credere alle madri. Se la corte, valutando l’affidamento, ignora la
storia di violenza come contesto al comportamento della madre, (questa) le
apparirà ostile, non cooperante o mentalmente instabile” (APA, 1996, p.
100).
Considerando il valore attribuito alla SAP in ambito forense, ricordiamo
che nei tribunali statunitensi è stata messa fortemente in discussione, pro-
prio perché non presenta i requisiti scientifici necessari. In effetti, gli psico-
logi forensi dovrebbero impiegare teorie e metodologie scientificamente
testate nel formulare una perizia: ogni teoria dovrebbe basarsi su metodi
verificati, dovrebbe essere sottoposta alla comunità scientifica, approvata e
pubblicata; il rischio di errore dovrebbe essere reso noto. La SAP non ri-
sponde a nessuno di questi requisiti (Rotger e Barrett, 1996). Lo stesso
Gardner si lamenta del fatto che la sua teoria non venga facilmente accetta-
ta nei tribunali statunitensi (Gardner, 2003a) e che i giudici non applichino
sistematicamente i suoi suggerimenti (Gardner, 2003b).

La “terapia” suggerita nei casi di SAP
Gardner ha formulato delle raccomandazioni sulla terapia adatta ai geni-
tori alienanti (le madri) e ai loro figli indottrinati. Egli parla di tre livelli di
gravità della SAP: lieve, moderato e grave. Il trattamento sarebbe applica-
bile nei primi due livelli, mentre nel terzo sarebbe indispensabile trasferire
la custodia del bambino al genitore alienato, ossia al padre denunciato per
abuso (Gardner, 1998).
La terapia proposta è di tipo familiare, in contesto coatto. Oltre
all’intervento massiccio del tribunale, Gardner propone apertamente di travalicare i limiti che l’etica professionale impone ai terapeuti (Gardner,1999b).

Secondo lui, infatti, le madri alienanti tenderebbero a scegliere delle te-
rapeute donne ostili agli uomini e pronte a credere alle accuse di violenza.
Tra loro si creerebbe un legame patologico, ma siccome sarebbe inutile
proibire alla donna di ricevere tale aiuto perché troverebbe subito un’altra
terapeuta con le stesse caratteristiche, il giudice dovrebbe impedire che i
figli siano visti dalla professionista scelta dalla madre. Il terapeuta dovreb-
be adottare un approccio autoritario, impiegando frequentemente minacce
che siano credibili. Dovrebbe essere sostenuto in ciò dal giudice, a sua vol-
ta pronto a punire con multe, limitazioni economiche, modifiche nelle di-
sposizioni relative all’affido o addirittura la prigione, qualsiasi esitazione o
interferenza della madre rispetto alle visite dei figli al padre. Sarebbe inol-
tre sospesa la riservatezza e il terapeuta potrebbe riferire qualsiasi informa-
zione ritenuta opportuna al giudice o al padre (Gardner, 1999b; 1998).
Per quanto riguarda il rapporto con il bambino, il terapeuta dovrebbe i-
gnorare le sue lamentele: “deve avere la pelle dura ed essere in grado di tol-
lerare le grida e le dichiarazioni sul pericolo di maltrattamento” (Gardner,
1999a; p. 201). Egli adotterà delle tecniche per forzare il bambino, come
dirgli che la madre sarà rinchiusa in prigione finché egli non si deciderà ad
andare in visita al padre (Gardner, 1999a; 1998).

La SAP e la violenza su donne e minori
Molti dei casi di separazione conflittuale in cui viene chiamata in causa
la SAP implicano situazioni di violenza, abuso e maltrattamento sui figli
e/o sulla madre. Nel già citato “Rapporto sulla Violenza in Famiglia” (A-
PA, 1996) si sottolinea come, se il clinico o il magistrato ritengono che le
dichiarazioni dei bambini siano frutto dell’indottrinamento del genitore a-
lienante, non presteranno attenzione alla possibilità che la violenza sia ve-
ramente avvenuta .
Le violenze sulla donna e sui figli possono continuare anche dopo la se-
parazione. Basti, come esempio, uno studio condotto in Gran Bretagna, in
cui 53 donne, separate da un marito violento, sono state seguite per alcuni
anni. Tra loro, ben 50 furono ripetutamente aggredite quando incontravano
gli ex partner per “scambiarsi” i bambini e la metà dei bambini subì abusi
fisici o sessuali da parte del padre durante le visite (Radford et al., 1997). A
volte, la resistenza dei bambini a vedere il padre veniva interpretata come
sintomo della SAP; le madri erano etichettate come egoiste, non cooperati-
ve e ostili e alcune di loro avevano per questo perso la custodia dei figli.
Degli esempi drammatici di queste situazioni sono stati documentati in

Francia in una ricerca del Collectif Féministe Contre le Viol (1999), svolta
in collaborazione con la Délegation Régionale aux Droits des Femmes d’Île
de France, quest’ultimo un organismo di emanazione governativa. In due
anni e mezzo (dal 1996 al 1998), il servizio è venuto a conoscenza di 67 ca-
si di «aggressioni sessuali incestuose in un contesto di separazione dei ge-
nitori», per un totale di 94 minori coinvolti, in maggioranza bambine, che
nella maggior parte dei casi accusavano il padre. Si trattava quasi sempre di
abusi gravissimi. Nel 77% dei casi, i minori avevano descritto con chiarez-
za le aggressioni subite e fatto il nome dell’aggressore. Nel 1999, al mo-
mento della redazione del rapporto, erano state depositate 51 denunce. Tut-
tavia, in più della metà dei casi, le denunce erano state archiviate senza nes-
suna indagine preliminare; nel 22% dei casi, la madre non era al corrente di
cosa stesse succedendo perché non riusciva ad ottenere l’informazione; il
9% dei casi si era concluso con un non luogo a procedere; un solo aggres-
sore era stato condannato; in altri casi, l’inchiesta o il processo erano anco-
ra in corso. Anche se non sempre i periti di parte e i giudici utilizzavano
esplicitamente la “SAP” per screditare madri e bambini, le madri erano
comunque accusate di manipolare i figli e venivano stigmatizzate dai periti
di parte come “nevrotiche, isteriche, vendicative” . Inoltre, nel 20% dei casi
le madri, il genitore protettivo, erano state a loro volta denunciate per non
aver consegnato il bambino al padre in occasione delle visite decise dal
giudice e un terzo di loro era stata condannata.
Questi casi hanno attirato l’attenzione della Commissione dei diritti u-
mani delle Nazioni Unite, che ha inviato in Francia, come «special rappor-
teur», Juan Miguel Petit. Nel suo rapporto (2004), Petit riconosce che in
Francia chi sospetta o denuncia abusi sui minori, soprattutto se si tratta del-
le madri, incontra difficoltà enormi e rischia di essere a sua volta accusato
di mentire o di manipolare i bambini e cita la situazione di madri divorziate
costrette a fuggire e a lasciare il Paese piuttosto che consegnare i figli ai
mariti, sospetti abusanti. Rispetto al fatto che le accuse di aggressione ses-
suale paterne siano meno credibili se formulate nel contesto di procedure di
divorzio, afferma invece:

“un esame attento di alcuni dei motivi per cui i genitori stavano di-
vorziando ha rivelato un pattern di violenza domestica in famiglia, in-
clusa violenza domestica compiuta contro la madre. Di conseguenza, la
questione dell’abuso sessuale sul bambino dovrebbe forse essere vista
più accuratamente come una delle ragioni, se non la principale, del di-
vorzio” (p. 14)

Petit ha ricevuto un appello firmato da 157 medici e pediatri, che de-
nunciano di essere sottoposti a sanzioni disciplinari da parte del loro Ordine
quando segnalano alle autorità sospetti abusi sessuali su minori, e di essere
messi di fatto nell’impossibilità di assistere questi bambini. A conclusione
della sua inchiesta, lo «special rapporteur» riporta l’impressione che

“molti individui in posizione di responsabilità per quanto riguarda la
protezione dei diritti dei bambini, in particolare nella magistratura, ne-
ghino ancora in ampia misura l’esistenza e l’ampiezza di questo feno-
meno, incapaci di accettare che molte delle accuse di abuso sessuale
possano essere vere”. (p. 20)

I casi descritti nella ricerca francese rappresentano degli esempi tragici
della negazione sociale delle violenze sui bambini, ma indicano anche che
una parte degli operatori coinvolti ha rifiutato di colludere con i padri vio-
lenti. Non si tratta di scelte facili o scontate. Una ricerca americana mostra
che il 40% dei professionisti intervistati ammette di avere omesso, almeno
una volta, una segnalazione di abuso sessuale (CSA), ben sapendo che era
suo dovere legale farla (Limber, 1995). Queste omissioni sono dovute a di-
versi motivi: mancanza di conoscenze, incertezza sul da farsi, condivisione
dei pregiudizi sociali rispetto alle vittime di abusi o dei valori patriarcali,
timore di ritorsioni da parte degli abusanti. Le ritorsioni possono essere se-
rie: trasferimenti, licenziamenti, minacce e aggressioni fisiche (Bacon e Ri-
chardson, 2000). A questi motivi va aggiunto che, in vari Paesi, i servizi di
protezione dell’infanzia sono understaffed and overworked (sotto organico
e con troppo lavoro). Negli Stati Uniti, negli ultimi cinque anni c’è stata
una riduzione progressiva e costante delle risorse umane e finanziarie a loro
destinate. Il turnover degli operatori è elevato: ciò testimonia la durezza del
lavoro in prima linea, ma significa anche che, più o meno quando diventano
competenti, le persone se ne vanno (Malacrea e Lorenzini, 2002). Sempre
negli Stati Uniti, i risultati del National Incidence Study, mostrano che, nel
1993, sono stati investigati solo il 44% dei casi segnalati di CSA «nei quali
era avvenuto un danno» («in which harm occurred»), mentre questa percen-
tuale era del 75% nel 1986 (Bolen et al., 2000).

La minimizzazione dei danni dell’abuso sessuale sul bambino
In uno degli ultimi articoli che ha pubblicato, Gardner (2002b) risponde
metodicamente alle numerose critiche che gli sono state mosse, sostiene di
non essere mai stato un sostenitore della pedofilia e di ritenere anzi che
l’abuso sessuale sia un sopruso esecrabile. Tuttavia, i suoi scritti precedenti
sono in contrasto con queste affermazioni ed è davvero difficile credere nella sua buona fede.

Inoltre, anche se in alcuni articoli sostiene che ci sono
casi veri di abuso sessuale del tutto diversi dalle false denunce nei casi di
separazione (Gardner, 1999a), in uno dei suoi libri ribadisce che gli incontri
sessuali tra bambini e adulti non sono necessariamente traumatici e che la
reazione di milioni di persone ai casi di abuso effettivamente avvenuto è
davvero esagerata (Gardner, 1992). Alcune citazioni sono illuminanti ri-
spetto alla sua vera posizione.

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